SETTORE SANTA MARIA DI LEUCA

A

 

 

 “Come profumo di incenso la nostra preghiera”

 

 

 

GIORNATA DI SETTORE

 

26 APRILE 2009

Oratorio di Taurisano

 

 

Carissimi amici,

tutti quanti noi, nel corso di questa  esperienza in equipe, abbiamo parlato o sentito parlare della preghiera, quale elemento fondamentale del metodo E.N.D. che, ponendo come necessità della vita di ogni giorno il dialogo e la riflessione in coppia, evidenza come la preghiera, dialogo con Dio, rappresenta, per il cristiano, un’attività vitale.

Gli apostoli sentono il bisogno di chiedere: “Signore, insegnaci a pregare”.

Gesù stesso è esempio di questo incontro privilegiato con il Padre, nei tanti momenti in cui Lui si ritira in luoghi deserti, isolati, nella notte a pregare.

 

Chiediamo al Signore di insegnarci a pregare. Chiediamo alle nostre equipes, ai nostri amici equipiers di aiutarci a ricercare, sempre, il dialogo con Dio, affinchè la preghiera che ne potrà scaturire possa impregnarsi nella vita di ognuno di noi come “profumo di incenso”.

 

 

Claudia e Renato Ponzetta

Don Stefano Rocca

 

 

 

Programma

 

-        ore 15,30 accoglienza;

-        ore  16,00 celebrazione della Santa Messa, con l’accoglienza della nuova equipe di Taurisano 4;

-        ore 17,00 relazioni;

-        ore 18,00 gruppi di formazione;

-        ore 19,15 assemblea;

-        ore 20,00 convivialità (cena).

 

 

 

 

 

L’accoglienza dell’equipe di Taurisano 4

 

 

 

Coltura e Antonio, insieme a Stefania ed Ernesto, Antonia e Fernando, Maria Flora e Giovanni e Nadia e Antonio, della comunità di Taurisano, ricevono i simboli della luce, del sale e del Vangelo.

“Voi siete la luce del mondo e il sale della terra. Diventate con la vita ciò che siete per grazia del Signore”.

 

 

 

La testimonianza di Francesca e Mimmo Magli di Martina Franca

 

 

 

 

Un giorno con gli amici del Settore Santa Maria di Leuca A

 

La forza della preghiera sta nei gesti della fede, quando trovi il coraggio di chiudere gli occhi e procedere al buio, nei gesti della speranza, quando speri contro ogni speranza umana e riesci a dare un senso ad ogni difficoltà, nei gesti dell’amore fatti di sincerità, di delicatezza e di rispetto.

 

La nostra esperienza equipica è iniziata diciannove anni fa. Il nostro inizio è stato un po’ come tutti gli inizi: abbiamo detto sì ad un invito e basta. Per molti anni abbiamo ritenuto che questo fosse già più che sufficiente: eravamo assidui ed abitudinari nel frequentare gli incontri delle equipe di base, ma per quanto riguardava gli incontri allargati… “abbiamo solo la domenica libera… vogliamo stare un po’ da soli… il pranzo a casa dei miei è sacro…” Ci sono delle affinità con tutti voi, vero?

Tanta gente “adeguata” si alternava, nel frattempo, al servizio. A loro guardavamo quasi con diffidenza: la loro dedizione alla causa era incomprensibile e quasi ci disturbava… li pensavamo arrivati dal punto di vista economico e sociale… li vedevamo senza figli e, quindi, liberi di pensare, muoversi, agire in maniera priva di responsabilità legittime e genetiche: li consideravamo diversi.

Quando otto anni fa ci proposero di fare la coppia D.I.P. pensammo: “Sono finiti i cavalli e si cerca tra gli asini”. Eravamo ancora decisamente lontani.

 

“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8)

 

Ci siamo immersi nel servizio, dapprima timidamente, poi sempre più convinti che si potesse dare e fare. Per undici anni avevamo attinto alle casse dei cuori dell’equipe senza aver ricambiato. Il servizio nell’E.N.D. è stato come la Pentecoste per i discepoli: di colpo abbiamo percepito come la gratuità, la gioia del dono ricevuto per puro amore non poteva non essere comunicata, annunciata.

E abbiamo semplicemente pensato che non esistono preclusioni a questa esperienza perchè non richiede nessuna particolare predisposizione se non essere uomini e donne che accettano di amarsi così come il Padre ce ne ha dato testimonianza storica, incontrovertibile nella croce di Gesù.

Oggi pensiamo che nella prospettiva cristiana è assurdo fare qualcosa per il Regno di Dio senza che il nostro agire tocchi profondamente la nostra vita interiore. L’apertura verso l’esterno in termini di accoglienza, condivisione, rispetto, consolazione, supporto è inutile se non riesce a convertire il nostro animo: siamo persuasi che il nostro servizio ha senso solo se esprime un movimento verticale e non si limita ad un “fare” ma contemporaneamente ad un “lasciarsi fare”.

In questo modo essa diventa vera comunione con gli altri e un crescere insieme. 

 

“Sono diventato colui che amo e colui che amo è diventato me”

 

Abbiamo conosciuto nel tempo tante persone e ognuno di loro ha lasciato in noi un segno importante.

Un sacerdote, allora consigliere di un equipe,  ci invitò a Camaldoli, per “vedere”… La cosa che più ci colpì nei giorni vissuti con i monaci, ovviamente nei soli momenti comunitari, fu il loro silenzio. Un silenzio che permeava, e continua a farlo, tutto: persone, muri, chiesa, cellette, natura.

Silenziosi lo eravamo diventati anche noi; a stento ci scambiavamo le impressioni su quello che stavamo vivendo, quasi ad avere timore di infrangere una condizione straordinaria. Poi l’amico sacerdote insistette per andare a Romena, nel Casentino, in provincia di Arezzo, a conoscere la fraternità che viveva in quel luogo.

 

“Nelle chiese di Dio a volte ci si imbatte, purtroppo in non-luoghi, realtà anche religiose che però non sanno fare spazio né a Dio né agli uomini. Ma accanto a queste ci sono, per grazia di Dio, tante dimore… luoghi discreti, silenziosi, impregnati della sapienza che si esprime negli incontri, nei confronti tra uomini e donne in cerca di Dio, in cerca del senso del senso” (Enzo Bianchi).

 

Quando siamo arrivati a Romena, il profumo dolciastro dei tigli ci ha preso alla gola… il loro è un odore intenso che il vento sparge tutto intorno ad annunciare qualcosa di antico e di nuovo. Abbiamo aperto la porta della pieve: il pavimento consumato dal tempo e dai passi dei tanti viandanti; la luce che filtra dalle bifore senza vetri, imperfette nella loro statica perfezione, spalancate alla natura e aperte al mondo; le allodole che fanno il nido sulle colonne romaniche e svolazzano cantando lodi al Signore… dove siamo capitati?

E l’altare in penombra, in fondo e in alto, poche candele tremolanti al vento e un icona… strana… un Cristo con una piccolissima bocca e delle grandi orecchie.

Una voce nel mio cuore ha sussurrato: “Sei a casa!” e mi sono spaventata… ho pensato ci fosse realmente qualcuno a parlarmi. “Sei a casa”. Ma io ho già una casa, una vita, un amore, un figlio, un lavoro, degli amici… sono pure un’equipier: “Sei a casa”.

Una musica strana, impensabile in una chiesa, una canzone di Battiato… che c’entra adesso: la Cura! Dove siamo capitati?

Poi il silenzio.

Ancora. Non solitario e chiuso e isolato: un silenzio pieno, pieno di pensieri e interrogativi, pieno di inquietudini e riflessioni, pieno di ricerca… e di pace, finalmente.

Siamo a casa, con Te, Signore, nel tuo cuore, figlia e figlio prediletti, e scelti e unici.

 

Don Luigi ci ha abbracciato, come se ci conoscesse da sempre, e si è raccontato. Ci ha lasciato un pezzo della sua vita e noi abbiamo legato a lui un pezzo della nostra. Incomprensibilmente, una fresca mattina di primavera è iniziata la nostra conversione e la nostra ricerca. Niente è più come prima.

Abbiamo preso il silenzio di Romena che ci ha spiegato quello di Camaldoli e lo portiamo con noi sia nel chiasso della quotidianità che nelle riflessioni che animano la nostra vita.

Il silenzio che è per ascoltare il Signore che ci parla ed è per entrare in sintonia con Lui. La contrazione della nostra anima produce il silenzio che viene riempito dalla grazia del creato e dall’amore che riceviamo.

Ci facciamo piccoli per accogliere e ci svuotiamo per essere riempiti: i moti dell’animo sono silenziosi, ma non per questo meno devastanti o costruttivi.

 

Dentro di noi ci sono due forze che si muovono, come nella natura: una forza che è capace di disfare quelle cose che sono superate e una forza che regge. E’ importante che noi sappiamo imparare a riconoscere queste forze: e capire che cosa, della nostra vita, è tempo di potare, di disfare, perché ci appesantisce, perché impedisce al nuovo di venire alla luce, e qual è invece la parte che regge, che ci dà linfa vitale, e che il creato, appunto, accoglie e sostiene.

 

Ora sappiamo che per noi pregare è mettersi in silenzio e cercarlo intorno a noi, dentro di noi, perché così è più facile ascoltare il Signore. Le sue parole sanno lenire e curare, ma devono penetrare e non rimanere in superficie. L’apparenza non dura, l’essenza è quella che rimane. E la Parola del Signore è essenziale e chiara… Ama.

Ama il tuo coniuge, i tuoi figli, la tua famiglia, gli amici , i colleghi, i nemici… gli sconosciuti… Ama!

In fondo la leggerezza del messaggio cristiano c’è tutto, ma c’è anche il suo rigore. Perché amare non è facile, è mettersi continuamente in gioco, è non arrivare mai, ma anzi ricominciare in continuazione.

“Non si ama se non si condivide fino in fondo, l’amore non è un regalo che va fuori di noi ma è la capacità di immergersi e lasciarsi immergere nella vita dell’altro”.

 

Torniamo ad innamorarci, come Zaccheo,

quello che desideriamo lo dobbiamo corteggiare,

 seguire con gli occhi e accoglierlo in casa,

 lasciandoci visitare il cuore.

 

Torniamo ad innamorarci perché l’amore ci restituisce alla vita,

quando la vita fugge.

E’ l’amore che spoglia la vita a eternità.

 

Torniamo ad innamorarci ad uscire fuori come siamo,

con i capelli sciolti.

Con la mansuetudine negli occhi e l’amore per i più vasti orizzonti.

 

Torniamo ad innamorarci senza trasferirci da un nascondiglio all’altro.

Tornando a intrecciare i piccoli dettagli del mondo,

lasciando sentire il nostro silenzio migliore.

 

Le parole degli uomini sono sicuramente un supporto alla Parola di Dio e spesso rappresentano un invito, un richiamo alla grande comunione che supera ogni capacità di comunicazione.

Quando ascolti qualcuno e lo guardi negli occhi tutto il resto non conta! E’ successo così quando ci siamo innamorati. Quando ascolti qualcuno, con le orecchie grandi e la bocca piccola, come l’icona del Cristo di Romena, ti potrebbero colpire la sua schiettezza, la sua chiarezza, il suo sparire delicatamente dietro ai ricordi, magari anche, il suo arrossire di timidezza vera, la sua paura dell’altro che è sconosciuto eppure attrae.

Se queste caratteristiche sono di un sacerdote, te lo senti fratello nella santa inquietudine della ricerca ma viene da chiedersi perché un uomo di Dio si mette così a nudo, perché proprio lui trasmette il travaglio passato nella pacatezza raggiunta.

 

Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi (Mt 25, 35-36)

 

L’incontro col Cristo vero può avvenire anche in luoghi particolari, diversi, un po’ alternativi: le strade, quelle poco illuminate, i bar, quelli malfamati, il deserto, quello africano, o quello delle periferie di tante grandi città, o di tanti piccoli cuori.

E, soprattutto avviene quando realmente la Parola di Dio si incarna in noi talmente tanto da penetrarci e darci la forza di penetrare l’altro: l’incarnazione così difficile da comprendere teologicamente in fondo è tutta qui… Abitare l’altro, profondamente, così da poter essere capace di morire per lui, come Cristo ha fatto per noi.

 

“Gesù ci insegna la giusta prospettiva; egli non ha agito dal di fuori ma si è fatto uno di noi, non è venuto a fare qualcosa per gli uomini ma è venuto a vivere con gli uomini e a condividere con noi l’esperienza umana”.

La Parola di Dio, le parole degli uomini… le une a supportare l’Altra di fragilità inespresse e determinazioni scoperte: il nostro pregare le raccoglie ma non le confonde, le amplifica nell’anima e le compartecipa nell’adesione a Cristo.

 

Beati quelli che pur non avendo visto crederanno (Gv 20, 29)

 

La fede non ha ingessato la nostra vita, ha accolto anche i nostri cambi di direzione, ci ha invitato a camminare “adagio”, consapevolmente, per individuare e seguire i nostri desideri senza correre sempre, smaniosamente, dietro a ogni richiamo.

 

Alla base di tutto c’è la fede: come la fiammella pilota, non si spegne mai, brucia sempre, ma arde solo se e quando viene alimentata. Torniamo indietro nel tempo, alla nostra fanciullezza, dove le famiglie di origine si sono spese molto perché la “pratica religiosa” entrasse a far parte della nostra vita… La fiammella pilota c’era. E pensiamo ai grandi dubbi delle nostre adolescenze, dove la pratica religiosa veniva ad essere contestata per le inquietudini egoistiche ed egocentriche proprie dell’età. Forse la fiammella pilota a volte si è spenta, poi si è rianimata, fragile e flebile… poi si è rintiepidita e, per i tanti perché, è rimasta così per molto tempo. Infine, una ricerca… di amicizia, di confronto, di amore. Ci siamo incontrati… due diversità in evoluzione, eravamo poco più che diciottenni, la voglia di bere era tanta, la sete era tanta, i pozzi “alternativi” si erano prosciugati con le delusioni… gli alberi delle idee erano miseramente appassiti, perché senza linfa. Io e te soli, a bastarci! La fiammella pilota ha ripreso a fremere, perché insieme avevamo qualcosa in cui credere: il nostro Amore. Piano, ma molto piano e soprattutto l’uno con l’altra e dalla contrazione della nostra anima fra noi è tornato il Signore.

 

Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva forse il cuore… (Lc 24, 32)

 

Adesso possiamo dire che il nostro cuore ardeva nella scoperta umana l’uno dell’altra e ardeva anche per alimentare qualcosa che avremmo scoperto quando le curiosità sarebbero state appagate. Ardeva perché mentre “due di loro erano in cammino e conversavano Gesù in persona si accostò e camminava con loro”. Questa è la parabola della nostra crescita cristiana: il nostro essere in due, in cammino, ad attraversare la quotidianità del nostro matrimonio che si è aperta a Cristo e che da Lui è stata santificata.

L’incontro è un’altra parte importante del nostro pregare. Ci incontriamo guardandoci profondamente negli occhi e stringendoci le mani, ci incontriamo quando la nostra presenza è richiesta nella vita di nostro figlio, quando dolorosamente dobbiamo dirgli dei no o quando col cuore gioiamo delle sue gioie; ci incontriamo quando ci diamo l’appuntamento del dovere di sedersi; ci incontriamo quando il nostro essere al servizio ci inquieta e ci rimette in discussione.

 

La bellezza di tanti incontri è stata legata anche al fatto di non doverli mai chiudere con un giudizio o con un verdetto, ma sempre con una prospettiva: perché l’amore danza tra finito ed infinito, tra ciò che arriviamo a comprendere e ciò che ci sfugge. E ogni volta l’incontro ha potuto concludersi con una possibilità nuova, liberata dalle illusioni, quindi più matura, più capace di ricominciare.

 

Ci rendiamo conto di quanto possa sembrare assurdo ma il pregare per noi, adesso, è cercare di essere vigili nella nostra umanità e avere cura uno dell’altro.

Cerchiamo di essere sensibili alle novità di ogni giorno e di ogni persona che incontriamo, lottiamo tanto con noi stessi per cercare di essere una presenza delicata, sapendo che nessun uomo ci permetterà di varcare la sua soglia se non ci siamo prima ripuliti del nostro orgoglio e della nostra saccenza.

Quando nel viso del coniuge in primis e dell’altro in generale, scorgiamo il volto di Cristo, è di lui che dobbiamo avere cura, qui, adesso e subito, perché il nostro pregare accolga il mistero del Cristo stesso.

… Ci viene in mente, ancora, la canzone di Battiato e decisamente capiamo adesso cosa c’entri in una chiesa: è come elevare al Signore la nostra inadeguatezza e ricevere in dono la grazia.

 

Io mi prenderò cura di te sempre (Isaia)

 

Anche quando scomodi le mie comodità, quando mi svegli dal torpore dell’abitudine, quando sconvolgi la mia quotidianità e quando non ho voglia di prendermi cura di te.

… Perché sei un essere speciale, sei il progetto di Dio per la mia vita… ed io ti sono stato destinato fin dall’eternità.

Il Signore ha guidato la nostra vita e noi ci siamo affidati a Lui: non è stato certo facile, testardi ed efficientisti come siamo.

Tra sentimento e razionalità, come dire tra cielo e terra sta oggi il nostro incontro con Lui: nel cuore che si abbassa a raccogliere la corporeità e nella mente che si innalza ad abbracciare l’anima.

 

Si prega con la vita più che con le parole, ed è per questo che la preghiera non si insegna, si vive, è cosa naturale, un istinto, un comunicare con lo sguardo, con il sorriso o con i sospiri.

La preghiera è permettere allo Spirito di venire in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare *.

 

* Gli scritti in rosso sono tratti da pubblicazioni di Don Luigi Verdi.

 

 

 

Francesca e Mimmo Magli

 

 

Domande per l’equipe di formazione:

 

  1. Quando preghiamo parliamo con Dio. Quanto lasciamo che Dio parli con noi?
  2. Quando preghiamo creiamo comunione con l’altro. Quanto lasciamo che l’altro crei comunione con noi?