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SETTORI
SANTA MARIA DI LEUCA “A” e “B” COPPIA
END: TESTIMONE
DEL VANGELO DEL
MATRIMONIO. "chi accoglie Me accoglie colui che mi ha mandato" (Gv.
13-20) 7 MARZO 2010 Parrocchia Santa Sofia P.zza San Biagio - Corsano Carissimi, il terzo punto della
Lettera da Lourdes "Testimoni
impegnati a diffondere la spiritualità coniugale e a presentare il sacramento
del matrimonio alle nuove generazioni", ci invita a riflettere sul “dovere
essere e fare” alla luce dello Spirito di Cristo, per verificare la missione
di noi coppie END di oggi, come testimoni del matrimonio cristiano nella
Chiesa e nel mondo. Senza dimenticare mai che la nostra ricerca, il nostro
sforzo deve diventare testimonianza che dobbiamo rendere prima di tutto a Dio,
saremo chiamati ad interrogarci su quanto siamo
“guardabili”, “ascoltabili”, “leggibili” dall’esterno, “credibili”. Saremo
chiamati a verificare i frutti della nostra conversione. Saremo chiamati a riflettere
su quale testimonianza e di quale profezia siamo concretamente capaci. Saranno con
noi Mariolina e Lorenzo Lorusso
da Altamura, coppia responsabile della nostra regione Sud Est, che ci
aiuteranno a riflettere sul nostro essere: “Testimoni
impegnati a diffondere la spiritualità coniugale e a presentare il sacramento
del matrimonio alle nuove generazioni", con la profondità e la gioia che li contraddistinguono. |
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LA
TESTIMONIANZA DI MARIOLINA E LORENZO LORUSSO
Ma non temete!!! Il nostro servizio sta per finire e finalmente vi
libererete di noi!!! Infatti fra il servizio di Responsabili di
settore ed il servizio di responsabili della Regione Sud-Est sono ormai sette
anni che girovaghiamo in lungo e in largo (poco largo per l’esattezza) Ma il
desiderio dell’incontro si rinnova ogni volta che scrutiamo nelle assemblee volti nuovi, coppie desiderose di mettersi
in ricerca, in cammino verso la scoperta della sacramentalità
del matrimonio. E allora
anche per noi è un nuovo inizio, una nuova
conoscenza, una nuova condivisione della nostra storia di coppia. Siamo …….
Sposati da…… in Equipe da……… figli…….. Lavoro…….. e
veniamo da ………etc. Quando
abbiamo cominciato il cammino in equipe ci piaceva
molto l’idea di un cammino, per certi aspetti, egoistico. Finalmente
pensavamo a noi alla formazione della coppia. Da subito
però ci è stata chiara la relazione di reciprocità nella coppia e fra le coppie. Una rete di relazioni che è andata via via crescendo spingendoci fuori dalla nostra
tranquillizzante e rassicurante equipe di base, su percorsi che non avremmo
mai immaginato. Proprio noi, equipiers
di una equipe atipica (ma ci saranno equipes tipiche?), barzellettirei
di natura, di un paese di provincia, del Sud, con una vita normale, senza eclatanti esperienze. Ma
proprio questa disarmante normalità è stata modellata ,
forgiata dai tanti volti, dai tanti sguardi, dai tanti abbracci, dalle tante
preghiere, degli amici che sono stati la presenza tangibile di Dio nella
nostra storia. Oggi siamo
qui a condividere la nostra esperienza, nella semplicità, con le nostre
precarietà e i nostri limiti e nella gioia. Siamo qui come testimoni di un
amore possibile, di una fedeltà difesa dai tanti, troppi attacchi
dell’individualismo, dell’egoismo e del relativismo etico e morale. Testimoni,
dunque, non maestri! Così siamo immediatamente nel tema di questa giornata,
un tema che è l’approdo dei tre punti presentati nella lettera da Lourdes a tutti gli equipiers del mondo dopo il Raduno Internazionale del
2006, che è stato riproposto nella
trilogia delle Sessioni Nazionali 2007/2010 attraverso la meditazione della
pagina del vangelo di Giovanni che narra dell’incontro di Gesù con la
samaritana al pozzo di Sicar a mezzogiorno, ma
soprattutto è la dimensione che più interpella ognuno di noi come seguace di Cristo. Ci piace sottolineare questa dimensione comunitaria e comunionale del cammino delle Equipe Notre
Dame in tutto il mondo. Un corpo solo, dunque, pur con molte membra! Per la
nostra condivisione partiremo proprio dal terzo punto della lettera da
Lourdes “testimoni impegnati a diffondere la spiritualità coniugale e a
presentare il sacramento del matrimonio alle nuove generazioni”cercando di
meditarla ed approfondirla attraverso i tre passaggi
successivi contenuti nel titolo: 1. testimoni; 2. spiritualità; 3. sacramento.
“Testimoni impegnati………………..” Quando ci viene chiesto un servizio di testimonianza subito pensiamo
alle parole da dire, a ciò che desideriamo trasmettere e la prima
preoccupazione sembra essere quella di trovare le parole giuste, quelle che
non possano essere fraintese o mal interpretate. (magari quelle ad effetto……le battute, le barzellette….) Poi se ci viene chiesto di condividere una dimensione della vita –
quella della spiritualità coniugale e della testimonianza - su cui molti di
voi potrebbero essere nostri maestri per il lungo cammino in equipe…….beh! Allora
proprio non ci sono parole che tengano!!! Eppure siamo
qui …. A balbettare qualcosa della nostra esperienza. Quando
Claudia e Renato con Carmen e Giancarlo ci hanno chiesto di essere con voi in questa giornata
dei due settori, abbiamo subito detto di si, senza considerare che questo
mese saremo tutti i fine settimana impegnati con l’equipe. Senza immaginare che
solo un mese fa a Taurisano siamo stati presentati e
ci conoscono, ormai, come quelli che suonano e cantano e chissà se qualche
volta sanno essere anche seri. Senza considerare di
trovarci impelagatissimi con i muratori in casa. Ad essere sinceri, ad un certo punto
abbiamo pensato di non di farcela! Succede sempre così: accettiamo con entusiasmo e slancio la
proposta di condividere il nostro cammino e poi ci riduciamo sempre
all’ultimo momento, arriviamo sempre in affanno, ritagliando faticosamente
spazi e tempo alle pienissime giornate della nostra vita: uno slalom fra
lavoro, figli, muratori in casa. Ma forse non
può essere diversamente da così perché il servizio non è altro dalla nostra quotidianità, non è spiritualismo ma spiritualità
incarnata. Non è una scelta a “condizione che” ma dono totale e generoso di
se stessi. In effetti,
in questo periodo, è soprattutto il valore della nostra testimonianza nella ferialità, nella quotidianità che sta interpellando
profondamente il nostro cammino di conversione. Il rapporto con i figli,
soprattutto con quello diciassettenne, le relazioni con alcuni amici delle
equipe di servizio e quelle con alcuni colleghi di lavoro, sembrano
subire delle frizioni. Riceviamo risposte che non solo non ci aspettavamo ma
che ci fanno sentire in colpa al solo pensiero di poter essere stati noi
causa di disagio negli altri. Dove stiamo
sbagliando? Crediamo con tutte le
nostre forze alla importanza e priorità della
relazione interpersonale e proprio questa è la dimensione più in crisi. Tutto
il nostro cammino in coppia è stato orientato al principio della comunione
delle differenze e proprio la diversità degli atteggiamenti di alcune persone
care (figli compresi) non solo ci turba ma talvolta ci suscita rabbia per l’impotenza
che sperimentiamo. Eppure siamo
stati chiamati ad essere quì,
oggi, nella condizione di stanchezza e di aridità che sentiamo addosso. C’è chi vede qualcosa
in noi o ricorda un incoraggiamento particolare ricevuto da
noi, un conforto, un aiuto…..le vostre coppie responsabili di settore hanno
voluto con forza che noi fossimo qui a testimoniare! Allora ecco che testimonianza è qualcosa di
più e di diverso dalle parole da dire, è far trasparire all’esterno quello che si è dentro, il
cammino che si è percorso, il dono che si è ricevuto. E il servizio è stato per noi una grande
opportunità di crescere nella spiritualità coniugale grazie ai tanti
incontri, condivisioni, messe in comune e compartecipazione e soprattutto
preghiera e meditazione della Parola. Del resto se
la testimonianza fosse legata alle parole da dire sarebbe “una relazione”
ossia il riferire di qualcosa che si conosce e che non necessariamente debba
essere parte della nostra esperienza. E’ relatore
un consigliere spirituale che parla della spiritualità coniugale
ma non ne fa esperienza, ma noi coppie
in cammino, per giunta in un movimento come l’End, non possiamo essere
relatori ma, appunto, testimoni di qualcosa che possiamo anche non conoscere o
comprendere fino in fondo ma che viviamo nella nostra pelle. Per questo siamo
qui oggi con “diritto di parola”; per il cammino che stiamo percorrendo
insieme a voi, un cammino imperfetto, con i nostri
limiti che però manifesta l’agire di Dio nella nostra vita. Nello stile
della teologia narrativa, caro al nostro movimento, desideriamo condividere
con voi il senso e significato profondo della testimonianza così come la
viviamo nel nostro cammino di coppia e nel servizio, partendo proprio dai versetti
che orientano la riflessione di questa giornata: “ Chi accoglie colui
che io manderò, accoglie me,
chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato” (Gv. 13, 20) Questo breve
versetto è tutto incentrato sul verbo accogliere. E’ come se il Signore
volesse richiamare con forza l’importanza di questo
atteggiamento nell’essere suoi testimoni. Un primo significato
che abbiamo associato alla testimonianza è l’accoglienza.
Testimonianza come accoglienza, ovvero
dalle parole al silenzio. Accogliere
richiama subito alla mente l’atto di svuotarsi per fare spazio all’altro. E’ così quando
dobbiamo accogliere qualcuno nella nostra casa, pensiamo subito a come fare
spazio, a togliere qualcosa di nostro per lasciare spazio all’ospite. E’ così
quando, nella coppia,
facciamo esperienza di quanto le parole possano essere di
ostacolo alla comunicazione profonda, alla accoglienza incondizionata dell’altro,
alla ulteriorità - come avrebbe detto don Tonino. Ciò che
genera i momenti di crisi nella nostra coppia, sono proprio le parole che
ognuno dice all’altro rimandando però ad un
significato che va oltre quella parola. Se l’altro non riesce a leggere
immediatamente il significato ulteriore, ne resta ferito. Si crea così quella
situazione di stallo dovuto alla incapacità di
comprendere la comunicazione oltre le parole. Allora è
necessario un nuovo ascolto, un nuovo sguardo sulla persona che il Signore ci
ha messo accanto perché sia VIA per la nostra salvezza. Per accogliere è importante il silenzio e l’ascolto. Solo allora cominciamo a vedere oltre. E’ così tutte le volte che Gesù ha
operato guarigioni, prima ancora che con le parole ha accolto con lo sguardo “ e fissatolo lo amò”. Pochissime
parole, uno sguardo d’amore che testimonia la misericordia e la salvezza di
Dio nella storia dell’umanità. E’ così tutte le volte che ci siamo
trovati soli di fronte alle persone che ponevano domande così cariche di
emozioni intense, di vissuti dolorosi, di smarrimento che nessuna risposta è
possibile. Solo un Silenzio
accogliente L’esperienza
del camminare dietro a Cristo ci ha via via
liberato dalla tentazione di trovare sempre le risposte, dall’ansia di individuare
il problema per trovare la soluzione, dall’affanno e dall’inquietudine, per lasciare
spazio ad uno sguardo silenzioso attraverso cui lasciar passare
il Mistero, l’Infinito, Cristo. Ecco allora
un secondo significato: Testimonianza come Mistero. S. Paolo ci
dice che è
quando siamo deboli che siamo forti perché permettiamo alla potenza di Dio di
manifestarsi. Sembra quasi un paradosso secondo la logica dell’efficienza
umana. (Anche il servizio nelle End sembra
orientato dalla logica della massima inefficienza: quando hai imparato come
si fa devi lasciarlo!!!) La forza
della testimonianza non dipende dalle nostre capacità ma da quanto il Signore
ci rende capaci. Il Signore non ci
chiede eroismi, ci chiede soltanto di dire un SI,
affidandoci nelle sue mani, lasciandoci modellare da Lui e questo per noi
significa svuotarci di noi stessi, delle nostre certezze, delle nostre
convinzioni delle nostre sovrastrutture per lasciarci abitare dallo Spirito
del Signore. E poi Lui fa
tutto il resto!! Ricordiamo
l’emozione e la trepidazione, quasi l’ansia, di quando siamo stati chiamati a
testimoniare alla sessione nazionale primaverile nel 2004. Eravamo presi dalla preoccupazione di cosa
mai avremmo potuto dire di una vita piuttosto ordinaria, senza esperienze eclatanti. Poi lo
stupore per la risonanza che la quotidianità della nostra vita suscitava. Cosa accadeva?
Accadeva che non eravamo soli a scrivere la
nostra vita, non erano le nostre parole a colpire ma lo spirito che le animava, quella “ulteriorità” che gli altri attribuivano a ciò che
dicevamo. Eravamo solo
strumento, un riflesso
dell’amore di Cristo che è stato riversato nel nostro cuore. E siamo alla
chiusura del cerchio: Testimonianza
come Trasparenza , Riflesso E’
l’orientamento di vita proposto dal Raduno di Lourdes 2006: “Equipes Comunità di coppie riflesso dell’amore di Dio”. Riflesso,
dunque, di ciò che il Signore ha operato in noi, di ciò che ci ha donato, non
certo di quello che noi siamo stati capaci di costruire. Riflesso del Cristo
che abita la nostra vita. La sua
presenza si rivela in modo costante ma invisibile nel nostro quotidiano,
nella storia degli uomini e nelle piccole storie
delle nostre vite. Allora è solo nel digiuno del tanto parlare, negli spazi e
nei frammenti di silenzio in mezzo al rumore della vita che noi possiamo
riuscire a coglierlo,
ascoltarlo e testimoniarlo. Se è
riflesso dell’amore di Dio allora il nostro vivere in equipe, il nostro
camminare nella luce del Cristo Risorto non può che “attirare tutti a sé”, far innamorare anche altri della bellezza
di questa proposta. Non può che testimoniare che camminare dietro a Cristo
non solo è possibile ma dà gioia. La vivacità
spirituale del cammino si vede anche dai suoi frutti. “….a diffondere la spiritualità coniugale……” Dopo quanto
abbiamo condiviso sulla testimonianza, sul significato profondo dell’essere testimoni, risulta conseguente che il nostro
impegno a diffondere la spiritualità coniugale è possibile solo se questa
spiritualità ci appartiene, la ricerchiamo, la viviamo nella coppia. Sembra una
cosa scontata per noi che camminiamo con le END. Ma, a volte,
anche per il cammino di equipe si ripropone la
stessa dinamica della coppia quando, dando per scontata la conoscenza del
coniuge, si finisce per non ascoltarlo e, quindi, non conoscerlo più nei suoi desideri e
bisogni profondi, nella ricchezza della sua diversità. E così è
anche per il cammino nelle END…. Dando per acquisita la sua metodologia, rischiamo,
sempre più spesso, di perdere di vista il carisma ispiratore che è alla base
del nostro incontrarci mensilmente nel nome di Cristo. Nel 1950
padre Caffarel dà una definizione della spiritualità: “la
spiritualità è la scienza che tratta della vita cristiana e delle vie che
conducono alla sua piena fioritura”. Subito il padre precisa che non si
tratta, per le famiglie che cercano di costruire la loro spiritualità, di
evadere dal mondo, ma di imparare come, sull’esempio di Cristo, servire Dio
nella loro vita e nel mondo. Successivamente, nella conferenza ai responsabili
delle equipes del 1952 Henry Caffarel afferma con forza che “ i
laici devono ben definire quali sono i loro mezzi e i loro metodi, ciò che
costituirà la spiritualità del cristiano sposato” Tutti noi,
scegliendo di camminare nelle END, abbiamo accolto, come mezzi e metodi
per crescere nella spiritualità, la compartecipazione, la preghiera, la messa
in comune:
E’
tramite la messa in comune che ci aiutiamo vicendevolmente alla lettura
sapienziale della realtà, imparando a cogliere le tracce di Dio nella nostra
storia. A volte, però, questo momento è vissuto più come una descrizione
dettagliata di avvenimenti che sono ormai alle spalle, il mese è trascorso e, quindi, li si
comunica per “dovere di cronaca” ma non sono più parte del cammino che stiamo
condividendo. Così facendo è legittimo chiedersi perché mai dovremmo
raccontare i fatti nostri ad altri che, soprattutto nei primi mesi di vita
dell’equipe, potrebbero essere perfetti estranei. Perdiamo di vista
l’essenziale e cioè che durante la messa in comune siamo chiamati a ri-leggere la nostra vita, a ri-crearla
alla luce del mistero di Cristo, primato e centro della nostra fede. Il mistero
del Cristo Risorto getta nuova luce sulle nostre vite. E noi ci alleniamo a
cogliere i segni dei tempi nella nostra quotidianità. Ma per giungere a questo, è importante preparare la messa in
comune, confrontarsi in coppia su quello che si vuole condividere in equipe (troppo spesso invece cerchiamo sul momento di riportare alla memoria
un fatto, e cominciamo con “ma cosa è successo?) , magari anche annotando
i fatti più significativi e le domande che ci portiamo dentro, per evitare
l’improvvisazione ed il pericolo che la ricreazione
passi davanti alla ri-creazione (alla
creazione nuova), che il tempo dell’amicizia si mangi il tempo della
fede.
“…..presentare
il sacramento del matrimonio alle giovani generazioni” Come
testimoniare la bellezza e la gioia del matrimonio sacramento alle giovani
coppie? Un rischio che
corriamo, anche noi delle equipe, è l’incongruenza fra la testimonianza
con le parole e la testimonianza con le azioni. Incoraggiamo
i giovani a sposarsi in chiesa salvo poi far pagare loro il prezzo per
essere sposati, giovani e con figli
tutte le volte che, per esempio, li facciamo sentire a disagio durante la
messa perché i bambini corrono avanti e indietro o piangono o, come è
successo a noi con la nostra equipe di base, di non essere accolti in
strutture per fare il ritiro perchè 15 bambini piccoli
disturbavano. O, nel nostro movimento, quando per un presunto senso di
protezione, non li coinvolgiamo nei servizi, facendoli sentire diversi, non
li sosteniamo nella fedeltà agli impegni presi in equipe. Bastano piccoli e
semplici gesti per prendersi cura dei più giovani come offrirsi di tenere i
bambini per fargli fare il dovere di sedersi. Nei primi
anni di cammino nella nostra equipe eravamo tutti giovanissimi e con figli
piccoli e risultava difficile trovare il tempo anche
per un breve scambio tete a tete,
figurarsi un’ora per il dovere di sedersi , allora a turno una coppia si
offriva di tenere i bambini dell’altra per consentirgli di vivere un tempo
tutto per la coppia, anche per una semplice passeggiata o per una pizza. Questo
sentirci sostenuti ed incoraggiati dalla famiglia
dell’equipe ci ha spinti ad accogliere anche i servizi nel movimento. Ogni volta
che abbiamo fatto discernimento per una chiamata al servizio
abbiamo coinvolto la nostra equipe di base, consapevoli che da soli non
potevamo farcela….. certo siamo noi che fisicamente ci muoviamo, facciamo
incontri, partecipiamo alle sessioni ma i nostri amici ci sostengono con la
preghiera costante e con tutte quelle azioni materiali che fanno essere più leggero il servizio. Dall’accoglienza di
ospiti imprevisti alla testimonianza alla sessione di Nocera
Abbiamo
fatto i servizi sempre con i bambini piccoli e questo ha richiesto una più
grande capacità di accoglienza, ma anche una modalità diversa di svolgere gli
incontri con i bambini che giravano intorno e potevano creare qualche piccolo
disagio a chi non era abituato. Sia nella equipe
regionale che, in E.I per la sessione CRS di settembre in cui si è
istituito anche i servizio di baby sitting prima
non previsto. Ma non è possibile per noi equipiers fare un cammino di spiritualità coniugale
eludendo una dimensione fondamentale della coppia che è quella dei figli. Spiritualità
non vuol dire immaterialità, non vuol dire assenza di corporeità anzi…… la
nostra fede e basata sulla incarnazione del Cristo.
Dio Padre non ha trovato via migliore per portare la salvezza di quella del
corpo. Solo che noi, a furia di fare della fede una questione razionale, di
ragionamento, di efficienza, rischiamo di voler essere più spirituali di
Cristo. E in tanti piccoli atteggiamenti neghiamo il mistero della incarnazione: quando attuiamo un falso ascolto,
facendo parlare l’altro, il coniuge, già sapendo che tanto faremo a modo
nostro; quando evitiamo la relazione, lo sguardo, l’incontro con un volto
concreto, soprattutto di chi la pensa diversamente da noi; quando, nel servizio,
tendiamo più a capire per organizzare e non a prenderci cura, a prendere
parte dell’altro. Prendersi
cura o, per usare il linguaggio dell’equipe, portare i pesi gli uni degli
altri. Un
atteggiamento che probabilmente negli equipiers
della prima ora era molto più sentito e vissuto nelle equipe di quanto non lo
sia oggi. Proprio oggi che ce ne è più bisogno
perché la cultura dell’individualismo, del “mi faccio i fatti miei”, cerca di
negare la dimensione relazionale e comunitaria della vita cristiana. L’Io
prende il sopravvento sul Noi e noi, talvolta, non riusciamo ad andare
controcorrente a testimoniare la sacramentalità
dell’amore cristiano. Certo il
processo di acquisizione o cambiamento di tali atteggiamenti, sia nella
coppia che nel servizio, è lungo e non senza
difficoltà. Ma abbiamo tutta la vita per andare
verso questa pienezza. Eros e Agape Vogliamo
meditare con voi un’altra Parola di Cristo che sempre ci interpella, nella
relazione di coppia, nelle relazioni familiari, in quelle lavorative, con gli
amici, nel servizio: “Amatevi gli uni gli altri come IO ho amato voi”. E’ quel come che ci crea problemi perché per Cristo significa fino
alla pienezza, senza limiti. Per noi, invece c’è un limite a tutto, alla
pazienza, all’amore, al servizio…. E’ in quel come che troviamo un rapporto di
causa/effetto che rende possibile la trasformazione dell’amore, dall’eros all’agàpe,
dall’amore erotico all’amore oblativo,
dall’innamoramento all’amore. Il passaggio
dall’eros all’agàpe,
non è dato dal nostro sforzo, non è solo frutto del nostro impegno, della
nostra volontà ma della grazia che noi, sposi in Cristo, abbiamo ricevuto nel Sacramento del matrimonio e per “nebulizzazione” (come diceva mons. Bonetti
in una sessione nazionale) possiamo diffondere a tutti i membri della
nostra famiglia ed alle persone che incontriamo sul nostro cammino. Il cammino di un matrimonio, di una famiglia
cristiana è inserito in una dinamica perenne di trasformazione dell’amore, di
passaggio, come definito da Benedetto XVI, dall’eros all’agàpe. Se
ancora oggi siamo insieme è perché un giorno ci
siamo innamorati, la forza dell’amore erotico ci ha fatti uscire da noi
stessi e andare verso l’altro. Arriva il momento in cui si fanno i conti
con le fatiche di ogni giorno, con la realtà, la nostra debolezza e
precarietà, i limiti. E’ quello il momento in cui siamo chiamati a fare un salto di
qualità nell’amore, a trasformare l’amore erotico in amore voluto, il “sentire” in “volere”, l’eros
in agàpe. A trasformare l’iniziale ed immaturo amore narcisistico in amore disinteressato,
oblativo. Perché nel primo si ama sè stessi nell’altro, magari con l’aspettativa che
l’altro somigli sempre più a sè, nel secondo si ama
l’altro per se stesso, così come è,
con i suoi difetti e non per il
proprio tornaconto. E San Paolo,
ancora, ci ricorda che “è proprio quando siamo deboli che siamo forti perché
permettiamo alla potenza di Dio di manifestarsi”. E allora il tempo di crisi, di
difficoltà, il momento in cui non “sento” più niente è proprio quello in cui,
se mi lascio abitare dallo Spirito del Signore, posso crescere nell’amore
vero. Anche nel
servizio si vive questa dinamica, questo passaggio dall’eros all’agape;
dall’iniziale entusiasmo e progettualità alla fatica
dell’impegno e della fedeltà. Si tratta di
stadi successivi che vedono prima il semplice accettare il servizio,
un accettare più o meno consapevole di ciò che
andremo a fare, accompagnato da dubbi e perplessità per le nostre capacità,
ma anche da idee e progetti da realizzare, successivamente un capire fatto
di incontri con le persone, di riflessioni sulle cose, di conoscenza delle
situazioni, di ipotesi di lavoro sulla base delle necessità, delle richieste
e dei bisogni emersi, infine un prendere parte nel senso di
coinvolgersi con le persone e con le situazioni, e finalmente un prendere
cura che significa entrare dentro le cose e le persone per condividere
con loro, per farsi uno insieme a loro, laddove la preghiera non diventerà
evasione e distanza, ma compartecipazione profonda dei bisogni degli altri. Abbiamo
letto da qualche parte che fede è dire
eccomi piuttosto che io credo.
E Il servizio è trasformare l’io credo
in eccomi per non lasciare la
nostra fede nella dimensione della spiritualità che non sa farsi corporeità,
che non sa cercare l’incontro, che non sa stabilire
relazioni. Se nel
nostro servizio ci limiteremo a vivere i primi due livelli “accettare e
capire”, forse sarà soltanto un guardare da lontano le cose e le persone, un rimanere distanti, solo
se invece riusciremo a prenderci
cura delle persone, a condividere le diverse situazioni della vita, a
coinvolgerci con il cuore in quello che facciamo, a compiere gesti che
arrivano al cuore dell’altro, allora il carisma dell’END si sarà fatto
davvero spiritualità incarnata e dono. Conclusione Il grande
problema dei cristiani, oggi come sempre, è di realizzare in se stessi e nel
proprio ambiente una intima compenetrazione tra la
loro cultura e il vangelo. La linea di
rottura tra queste due realtà non divide “credenti” da “non credenti” e neppure “credenti praticanti” da “non
praticanti”, ma attraversa la mente e il cuore di tutti, compresi noi
dell’equipe. Ci sono persone che frequentano la parrocchia, che nel nome del
loro cristianesimo cercano di adempiere con scrupolo ai propri doveri “di
stato”, ma che nei luoghi di lavoro portano, senza rendersene conto, una cultura
incompatibile con la loro fede; o in famiglia sono scontrosi e non hanno mai
tempo per dedicarsi al coniuge o ai figli;
o ancora, come talvolta accade per gli equipiers,
l’impegno in parrocchia divide i due coniugi che si dedicano a servizi
pastorali differenti e, per i tanti impegni, non riescono a trovare il tempo
per un dovere di sedersi, per dedicarsi qualche attenzione, qualche tenerezza.
Ci si proietta tanto sul fare per gli altri che si dimentica l’essere per se
stessi, per costruire la coppia. Il
primo impegno che abbiamo preso sposandoci nel sacramento del matrimonio è il
servizio al coniuge, poi ai figli e poi a tutti gli altri. Ma se non viviamo
la comunione in coppia, se non ci alleniamo alla fedeltà attraverso gli
impegni che, liberamente, abbiamo accolto entrando in equipe, come possiamo
dire di essere testimoni della grazia del sacramento
del matrimonio? Paradossalmente è più semplice servire i tanti altri che,
proprio perché tanti non ci impegnano in legami forti, piuttosto che servire
e amare come Cristo ha
amato, la moglie, il marito, i figli…… persone e volti concreti che
coinvolgono tutto il nostro essere. Occorre recuperare
la profezia e per noi è rompere il muro divisorio che ci separa dal mondo.
Ciò è particolarmente difficile in una società che, non a caso, viene definita
“complessa”, dove spesso al cristiano è chiesto di affrontare situazioni
nuove e questioni inedite leggendo la
realtà, piuttosto che ricorrendo a schemi prestabiliti. In
particolare i Laici, che per la loro collocazione
nel cuore del mondo sono più sensibili a questa complessità, non devono aver
paura delle domande, né affrettarsi a dare troppo presto risposte univoche e
rassicuranti. Dovranno essere i primi a sperimentare che “ La
spiritualità, dunque, non è fatta solo di alcuni passi come la preghiera o
l’ascesi, ma comporta il servizio a Dio là dove si vive: in famiglia, sul
lavoro, nella città. Sicuramente tutti noi qui
presenti siamo convinti che questo sia l’atteggiamento cristiano, ma anche
noi talvolta entriamo in contraddizione, non siamo coerenti nella vita con
ciò che professiamo nella fede. Pensiamo in
particolare alla tentazione che viviamo osservando i cambiamenti nella nostra
società, nei valori dei giovani, nei cambiamenti dei modelli di famiglia. Il
nostro è un mondo contraddittorio, i valori importanti sono messi in
discussione, la violenza dilaga e manca il rispetto dei giovani non solo
verso gli adulti ma anche verso loro stessi. Tutto cambia, tutto va a rotoli. Allora la
tentazione che noi viviamo è quella di “separare i
buoni dai cattivi” di “fare gruppo” con quelli come noi, di coltivare il
nostro orticello senza lasciarci interpellare dalla realtà. Rinunciamo
ad assumerci la responsabilità della speranza!
Come
famiglie cristiane dobbiamo chiederci perché le nuove generazioni non
scelgono il matrimonio, dobbiamo lasciarci interpellare da questa realtà, non
possiamo far ricadere la responsabilità sulle scelte individuali o sulla
società. Altrimenti a
chi testimoniamo la nostra speranza in Cristo
Risorto? Grazie per
la pazienza, o meglio, per l’Accoglienza. Un Fraterno
saluto in Pace e Gioia . Mariolina e Lorenzo
Traccia di
riflessione Poniamo l’attenzione sulla nostra riunione di equipe. Come viviamo i momenti della Compartecipazione, della preghiera e della messa in comune? Sono ancora la via maestra attraverso cui fiorisce la nostra spiritualità coniugale? Raccontiamoci di un incontro, di uno sguardo, di una situazione in cui gli altri hanno riconosciuto in noi l’appartenenza a Cristo. Pensiamo alla diffusione del movimento nel nostro settore, all’accoglienza delle giovani coppie. Con quali gesti concreti testimoniamo la nostra speranza in Cristo Risorto? La convivialità
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