SETTORI SANTA MARIA DI LEUCA “A” e “B”

 

COPPIA END:

TESTIMONE DEL VANGELO

DEL MATRIMONIO.

 

"chi accoglie Me

accoglie colui che mi ha mandato"

(Gv. 13-20)

 

 

7 MARZO 2010

Parrocchia Santa Sofia

P.zza San Biagio -  Corsano

Carissimi,

il terzo punto della Lettera da Lourdes "Testimoni impegnati a diffondere la spiritualità coniugale e a presentare il sacramento del matrimonio alle nuove generazioni", ci invita a riflettere sul “dovere essere e fare” alla luce dello Spirito di Cristo, per verificare la missione di noi coppie END di oggi, come testimoni del matrimonio cristiano nella Chiesa e nel mondo. Senza dimenticare mai che la nostra ricerca, il nostro sforzo deve diventare testimonianza che dobbiamo rendere prima di tutto a Dio, saremo chiamati ad interrogarci su quanto siamo “guardabili”, “ascoltabili”, “leggibili” dall’esterno, “credibili”. Saremo chiamati a verificare i frutti della nostra conversione. Saremo chiamati a riflettere su quale testimonianza e di quale profezia siamo concretamente capaci.

Saranno con noi Mariolina e Lorenzo Lorusso da Altamura, coppia responsabile della nostra regione Sud Est, che ci aiuteranno a riflettere sul nostro essere:

“Testimoni impegnati a diffondere la spiritualità coniugale e a presentare il sacramento del matrimonio alle nuove generazioni", con la profondità e la gioia che li contraddistinguono.

 

 

 

 

 

LA TESTIMONIANZA DI MARIOLINA E LORENZO LORUSSO

 

Eccoci di nuovo qui! Dopo la sessione regionale a Specchiolla, in cui abbiamo incontrato parecchi fra voi, dopo l’equipe regionale a Ugento di un mese fa e le varie altre volte che ci avete ospitati, ci sembra di essere di casa. Senza contare che il  mese prossimo saremo nel settore S.Maria di Leuca B per l’ultimo incontro della equipe regionale di questo anno di servizio e rivedremo con piacere alcuni tra voi. Tanti i volti conosciuti tante le storie che si sono incrociate con la nostra. E questi volti, questi sguardi, questi abbracci, queste storie di vita, questa accoglienza sono i  frutti più preziosi che abbiamo ricevuto dal servizio.

Ma non temete!!! Il nostro servizio sta per finire e finalmente vi libererete di noi!!!

Infatti fra il servizio di Responsabili di settore ed il servizio di responsabili della Regione Sud-Est sono ormai sette anni che girovaghiamo in lungo e in largo (poco largo per l’esattezza) la Puglia e parte della Basilicata. I luoghi e le persone ci sono tanto familiari che quando siamo arrivati a Taurisano, il mese scorso, mentre eravamo in macchina e con lo sguardo cercavamo la casa di Cosimo e Loreta, ci siamo sorpresi nel vedere una mano che si agitava dietro il finestrino, ed un caldo sorriso che ci salutava. Non eravamo ancora arrivati a destinazione e già siamo stati accolti, proprio come a casa nostra.

Ma il desiderio dell’incontro si rinnova ogni volta che scrutiamo nelle assemblee volti nuovi, coppie desiderose di mettersi in ricerca, in cammino verso la scoperta della sacramentalità del matrimonio.

E allora anche per noi è un nuovo inizio, una nuova conoscenza, una nuova condivisione della nostra storia di coppia. Siamo ……. Sposati da…… in Equipe da……… figli…….. Lavoro…….. e veniamo da ………etc. 

Quando abbiamo cominciato il cammino in equipe ci piaceva molto l’idea di un cammino, per certi aspetti, egoistico. Finalmente pensavamo a noi alla formazione della coppia.

Da subito però ci è stata chiara la relazione di reciprocità nella coppia e fra le coppie. Una rete di relazioni che è andata via via crescendo spingendoci fuori dalla nostra tranquillizzante e rassicurante equipe di base, su percorsi che non avremmo mai immaginato. Proprio noi,  equipiers di una equipe atipica (ma ci saranno  equipes tipiche?), barzellettirei di natura, di un paese di provincia, del Sud, con una vita  normale, senza eclatanti esperienze. Ma proprio questa disarmante normalità è stata modellata , forgiata dai tanti volti, dai tanti sguardi, dai tanti abbracci, dalle tante preghiere, degli amici che sono stati la presenza tangibile di Dio nella nostra storia. 

Oggi siamo qui a condividere la nostra esperienza, nella semplicità, con le nostre precarietà e i nostri limiti e nella gioia. Siamo qui come testimoni di un amore possibile, di una fedeltà difesa dai tanti, troppi attacchi dell’individualismo, dell’egoismo e  del relativismo etico e morale.

Testimoni, dunque, non maestri! Così siamo immediatamente nel tema di questa giornata, un tema che è l’approdo dei tre punti presentati nella lettera da Lourdes  a tutti gli equipiers del mondo dopo il Raduno Internazionale del 2006,  che è stato riproposto nella trilogia delle Sessioni Nazionali 2007/2010 attraverso la meditazione della pagina del vangelo di Giovanni che narra dell’incontro di Gesù con la samaritana al pozzo di Sicar a mezzogiorno, ma soprattutto è la dimensione che più interpella ognuno di noi  come seguace di Cristo.

Ci piace sottolineare questa dimensione comunitaria e comunionale del cammino delle Equipe Notre Dame in tutto il mondo. Un corpo solo, dunque, pur con molte membra!

Per la nostra condivisione partiremo proprio dal terzo punto della lettera da Lourdes “testimoni impegnati a diffondere la spiritualità coniugale e a presentare il sacramento del matrimonio alle nuove generazioni”cercando di meditarla ed approfondirla attraverso i tre passaggi successivi contenuti nel titolo: 1. testimoni; 2.  spiritualità; 3. sacramento.

“Testimoni impegnati………………..

Quando ci viene chiesto un servizio di testimonianza subito pensiamo alle parole da dire, a ciò che desideriamo trasmettere e la prima preoccupazione sembra essere quella di trovare le parole giuste, quelle che non possano essere fraintese o mal interpretate. (magari quelle ad effetto……le battute, le barzellette….)

Poi se ci viene chiesto di condividere una dimensione della vita – quella della spiritualità coniugale e della testimonianza - su cui molti di voi potrebbero essere nostri maestri per il lungo cammino in equipe…….beh! Allora proprio non ci sono parole che tengano!!!

Eppure siamo qui …. A balbettare qualcosa della nostra esperienza. 

 

Quando Claudia e Renato con Carmen e Giancarlo ci hanno chiesto  di essere con voi in questa giornata dei due settori, abbiamo subito detto di si, senza considerare che questo mese saremo tutti i fine settimana impegnati con l’equipe. Senza immaginare che solo un mese fa a Taurisano siamo stati presentati e ci conoscono, ormai, come quelli che suonano e cantano e chissà se qualche volta sanno essere anche seri. Senza considerare di trovarci impelagatissimi con i muratori in casa.

Ad essere sinceri, ad un certo punto abbiamo pensato di non  di farcela! Succede sempre così: accettiamo con entusiasmo e slancio la proposta di condividere il nostro cammino e poi ci riduciamo sempre all’ultimo momento, arriviamo sempre in affanno, ritagliando faticosamente spazi e tempo alle pienissime giornate della nostra vita: uno slalom fra lavoro, figli, muratori in casa.

Ma forse non può essere diversamente da così perché il servizio non è altro dalla nostra quotidianità,  non è spiritualismo ma spiritualità incarnata. Non è una scelta a “condizione che” ma dono totale e generoso di se stessi. 

 

In effetti, in questo periodo, è soprattutto il valore della nostra testimonianza nella ferialità, nella quotidianità che sta interpellando profondamente il nostro cammino di conversione. Il rapporto con i figli, soprattutto con quello diciassettenne, le relazioni con alcuni amici delle equipe di servizio e quelle con alcuni colleghi di lavoro, sembrano subire delle frizioni. Riceviamo risposte che non solo non ci aspettavamo ma che ci fanno sentire in colpa al solo pensiero di poter essere stati noi causa di disagio negli altri.  

Dove stiamo sbagliando?   Crediamo con tutte le nostre forze alla importanza e priorità della relazione interpersonale e proprio questa è la dimensione più in crisi. Tutto il nostro cammino in coppia è stato orientato al principio della comunione delle differenze e proprio la diversità degli atteggiamenti di alcune persone care (figli compresi) non solo ci turba ma talvolta ci suscita rabbia per l’impotenza che sperimentiamo.

Eppure siamo stati chiamati ad essere quì, oggi, nella condizione di stanchezza e di aridità che sentiamo addosso. C’è  chi vede qualcosa in noi o  ricorda  un incoraggiamento particolare ricevuto da noi, un conforto, un aiuto…..le vostre coppie responsabili di settore hanno voluto con forza che noi fossimo qui a testimoniare!  Allora ecco che testimonianza è qualcosa di più e di diverso dalle parole da dire, è far trasparire all’esterno quello che si è dentro, il cammino che si è percorso, il dono che si è ricevuto.  E il servizio è stato per noi una grande opportunità di crescere nella spiritualità coniugale grazie ai tanti incontri, condivisioni, messe in comune e compartecipazione e soprattutto preghiera e meditazione della Parola.

Del resto se la testimonianza fosse legata alle parole da dire sarebbe “una relazione” ossia il riferire di qualcosa che si conosce e che non necessariamente debba essere parte della nostra esperienza.

E’ relatore un consigliere spirituale che parla della spiritualità coniugale ma non ne fa esperienza,  ma noi coppie in cammino, per giunta in un movimento come l’End, non possiamo essere relatori ma, appunto, testimoni di qualcosa che possiamo anche non conoscere o comprendere fino in fondo ma che viviamo nella nostra pelle. Per questo siamo qui oggi con “diritto di parola”; per il cammino che stiamo percorrendo insieme a voi, un cammino imperfetto, con i nostri limiti che però manifesta l’agire di Dio nella nostra vita.   

 

Nello stile della teologia narrativa, caro al nostro movimento, desideriamo condividere con voi il senso e significato profondo  della testimonianza così come la viviamo nel nostro cammino di coppia e  nel servizio, partendo proprio dai versetti che orientano la riflessione di questa giornata:

 

“ Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me,  chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato” (Gv. 13, 20)

 

Questo breve versetto è tutto incentrato sul verbo accogliere. E’ come se il Signore volesse richiamare con forza l’importanza di questo atteggiamento nell’essere suoi testimoni.

Un primo significato che abbiamo associato alla testimonianza è l’accoglienza.

Testimonianza come accoglienza, ovvero dalle parole al silenzio.

Accogliere richiama subito alla mente l’atto di svuotarsi per fare spazio all’altro.

E’ così quando dobbiamo accogliere qualcuno nella nostra casa, pensiamo subito a come fare spazio, a togliere qualcosa di nostro per lasciare spazio all’ospite.

E’ così quando, nella coppia,  facciamo esperienza di quanto le parole possano essere di ostacolo alla comunicazione profonda, alla accoglienza incondizionata dell’altro, alla ulteriorità - come avrebbe detto don Tonino.

Ciò che genera i momenti di crisi nella nostra coppia, sono proprio le parole che ognuno dice all’altro rimandando però ad un significato che va oltre quella parola. Se l’altro non riesce a leggere immediatamente il significato ulteriore,  ne resta ferito. Si crea così quella situazione di stallo dovuto alla incapacità di comprendere la comunicazione oltre le parole. Allora è necessario un nuovo ascolto, un nuovo sguardo sulla persona che il Signore ci ha messo accanto perché sia VIA per la nostra salvezza. Per accogliere è importante il silenzio e l’ascolto.  Solo allora cominciamo a vedere oltre.

E’ così tutte le volte che Gesù ha operato guarigioni, prima ancora che con le parole ha accolto con lo sguardo “ e fissatolo lo amò”. Pochissime parole, uno sguardo d’amore che testimonia la misericordia e la salvezza di Dio nella storia dell’umanità.

E’ così tutte le volte che ci siamo trovati soli di fronte alle persone che ponevano domande così cariche di emozioni intense, di vissuti dolorosi, di smarrimento che nessuna risposta è possibile.  Solo un Silenzio accogliente

L’esperienza del camminare dietro a Cristo ci ha via via liberato dalla tentazione di trovare sempre le risposte, dall’ansia di individuare il problema per trovare la soluzione, dall’affanno e dall’inquietudine, per lasciare spazio ad uno sguardo  silenzioso attraverso cui lasciar passare il Mistero, l’Infinito, Cristo.

 

Ecco allora un secondo significato:

 

Testimonianza come Mistero.

S. Paolo ci dice che  è quando siamo deboli che siamo forti perché permettiamo alla potenza di Dio di manifestarsi. Sembra quasi un paradosso secondo la logica dell’efficienza umana.

 

(Anche il servizio nelle End sembra orientato dalla logica della massima inefficienza: quando hai imparato come si fa devi lasciarlo!!!)

La forza della testimonianza non dipende dalle nostre capacità ma da quanto il Signore ci rende capaci.  Il Signore non ci chiede eroismi, ci chiede soltanto di dire un SI, affidandoci nelle sue mani, lasciandoci modellare da Lui e questo per noi significa svuotarci di noi stessi, delle nostre certezze, delle nostre convinzioni delle nostre sovrastrutture per lasciarci abitare dallo Spirito del Signore.

E poi Lui fa tutto il resto!!  

Ricordiamo l’emozione e la trepidazione, quasi l’ansia, di quando siamo stati chiamati a testimoniare alla sessione nazionale primaverile nel  2004.  Eravamo presi dalla preoccupazione di cosa mai avremmo potuto dire di una vita piuttosto ordinaria, senza esperienze eclatanti.

Poi lo stupore per la risonanza che la quotidianità della nostra vita suscitava. Cosa accadeva?  Accadeva che non eravamo soli a scrivere la nostra vita, non erano le nostre parole a colpire  ma lo spirito che le animava, quella “ulteriorità” che gli altri attribuivano a ciò che dicevamo.

Eravamo solo strumento, un  riflesso dell’amore di Cristo che è stato riversato nel nostro cuore.

 

E siamo alla chiusura del cerchio: Testimonianza come Trasparenza , Riflesso

E’ l’orientamento di vita proposto dal Raduno di Lourdes 2006: “Equipes Comunità di coppie riflesso dell’amore di Dio”.

Riflesso, dunque, di ciò che il Signore ha operato in noi, di ciò che ci ha donato, non certo di quello che noi siamo stati capaci di costruire. Riflesso del Cristo che abita la nostra vita.

La sua presenza si rivela in modo costante ma invisibile nel nostro quotidiano, nella storia degli uomini e nelle piccole storie delle nostre vite. Allora è solo nel digiuno del tanto parlare, negli spazi e nei frammenti di silenzio in mezzo al rumore della vita che noi possiamo riuscire a coglierlo,  ascoltarlo e testimoniarlo.

Se è riflesso dell’amore di Dio allora il nostro vivere in equipe, il nostro camminare nella luce del Cristo Risorto non può che “attirare tutti a sé”, far innamorare anche altri della bellezza di questa proposta. Non può che testimoniare che camminare dietro a Cristo non solo è possibile ma dà gioia.

La vivacità spirituale del cammino si vede anche dai suoi frutti.

 

 “….a diffondere la spiritualità coniugale……

Dopo quanto abbiamo condiviso sulla testimonianza, sul significato profondo dell’essere testimoni, risulta conseguente che il nostro impegno a diffondere la spiritualità coniugale è possibile solo se questa spiritualità ci appartiene, la ricerchiamo, la viviamo nella coppia.

Sembra una cosa scontata per noi che camminiamo con le END.  

 

Ma, a volte, anche per il cammino di equipe si ripropone la stessa dinamica della coppia quando, dando per scontata la conoscenza del coniuge, si finisce per non ascoltarlo e, quindi,  non conoscerlo più nei suoi desideri e bisogni profondi, nella ricchezza della sua diversità.

E così è anche per il cammino nelle END…. Dando per acquisita la sua metodologia, rischiamo, sempre più spesso, di perdere di vista il carisma ispiratore che è alla base del nostro incontrarci mensilmente nel nome di Cristo.

 

Nel 1950 padre Caffarel dà una definizione della spiritualità: “la spiritualità è la scienza che tratta della vita cristiana e delle vie che conducono alla sua piena fioritura”. Subito il padre precisa che non si tratta, per le famiglie che cercano di costruire la loro spiritualità, di evadere dal mondo, ma di imparare come, sull’esempio di Cristo, servire Dio nella loro vita e nel mondo.

 

Successivamente, nella conferenza ai responsabili delle equipes del 1952  Henry Caffarel afferma con forza che “ i laici devono ben definire quali sono i loro mezzi e i loro metodi, ciò che costituirà la spiritualità del cristiano sposato”

 

Tutti noi, scegliendo di camminare nelle END,  abbiamo accolto, come mezzi e metodi per crescere nella spiritualità, la compartecipazione, la preghiera, la messa in comune:

 

  1. La compartecipazione. E’ questo un passaggio essenziale della vita di equipe e il punto focale della crescita spirituale della persona e della coppia. E’ il luogo in cui prendiamo coscienza della nostra identità e, in coppia, ci diamo degli impegni per cercare di diventare sempre più quello che siamo, cioè il progetto di Dio in noi. E’ il luogo in cui essere trasparenti, essere sinceri, abbandonare le maschere con cui ogni giorno recitiamo i nostri personaggi. “Quando le coppie di una equipe si sforzano di eliminare ogni menzogna, di tendere ad una sincerità totale, allora, tra cristiani diventati trasparenti gli uni agli altri, la comunione dei santi non è più soltanto un dogma a cui si crede, ma un’esperienza che si vive” (dal libretto di Gomez- Ferrer “La compartecipazione sui punti concreti di impegno” e suggeriamo di rileggere a pag. 23 “Compartecipazione, antidoto per la menzogna”). Ma proprio questo momento, nella esperienza sul campo, è il più difficile da vivere.  Molte volte è disatteso; si dimentica in questo modo il processo di crescita spirituale e il cammino di santificazione nelle equipes. I nostri testi di pilotaggio e formazione di equipe ricordano bene come sia importante la compartecipazione sui punti concreti di impegno e quindi sulla regola di vita. A lungo andare,  se si trascura,  la riunione di equipe diventa un incontro di amicizia e poco più.

 

  1. La preghiera. Dimensione essenziale. Qual è lo scopo essenziale della nostra esperienza? Cosa siete venuti a fare nelle equipe?- chiedeva  p. Caffarel - e rispondeva – Cercare  Cristo. L’unione a Cristo la si raggiunge con la preghiera in tutta la ricchezza di questa espressione. Preghiera personale, comunitaria, famigliare, coniugale… Il rapporto con Dio qualifica i nostri rapporti. Se manca questo momento del rapporto, a tu per tu con Lui, diventano inautentici anche i momenti comunitari.  Dicono i mistici che quando intraprendiamo il nostro cammino spirituale, vogliamo molto parlare con Dio e finiamo per non ascoltare ciò che Egli ha da dirci…. Ma alla fine per capire l’Universo fino in fondo il ragionamento non serve. La ragione deve fare silenzio e l’intelligenza deve scendere nel cuore. Il silenzio è consapevolezza del mio limite, il silenzio è digiuno del mio io per accogliere Cristo che viene a noi anche attraverso l’altro. Ma quanto spazio diamo al silenzio nella nostra preghiera personale, in coppia e in equipe? Non possiamo fermarci a parlare di Dio senza parlare con Dio . Rischieremmo di parlare di uno sconosciuto, perdendo l’occasione di intraprendere una relazione personale e comunitaria con una “Persona” straordinaria che non finirà mai di stupirci. Troppo spesso invece, se ci mettiamo alla presenza di Dio, diamo inizio ad un dialogo interiore che in realtà è solo un monologo dal momento che siamo ben preparati a chiedere, ma molto poco pronti ad ascoltare. C’è un aneddoto di origine orientale che vale la pena ricordare:  “ Quante discussioni si sono fatte e si fanno ancora su Dio. Tu che ne pensi?”, chiese un giorno un discepolo al grande maestro. “Vedi quell’ape?”, rispose il maestro. “Senti il suo ronzio? Esso cessa quando l’ape ha trovato il fiore e ne succhia il nettare. Vedi quest’anfora? Ora vi verso l’acqua. Ne senti il glu- glu? Cesserà quando l’anfora sarà colma. Ed ora osserva questo biscotto che pongo crudo nell’olio bollente. Senti come frigge e che rumore fa? Quando sarà ben cotto tacerà. Così è degli uomini. Fino a quando discutono e fanno  del gran rumore su Dio, è perché non l’hanno ancora trovato. Chi invece l’ha trovato tace e, nel silenzio, adora e agisce”. E’ dunque nel silenzio che possiamo incontrare il Signore, un silenzio che però non ci ferma nell’immobilismo della passività, nel mantenimento dello status quo, ma getta le basi perché noi possiamo adorare, cantare, agire, andare verso l’altro,  verso il nuovo, verso il diverso.

 

  1. La messa in comune: Il punto di partenza della messa in comune è la nostra vita in tutti i suoi aspetti. Quindi noi parliamo alla nostra equipe della nostra vita personale o coniugale, della nostra attività di lavoro, dei nostri impegni. Ne individuiamo i fatti significativi, i problemi che ne nascono …….Essa serve ad aiutarci l’un l’altro a discernere gli impegni che Dio ci chiede, a riflettere sul modo di svolgerli, a sostenerci in questi impegni….

E’ tramite la messa in comune che ci aiutiamo vicendevolmente alla lettura sapienziale della realtà, imparando a cogliere le tracce di Dio nella nostra storia. A volte, però, questo momento è vissuto più come una descrizione dettagliata di avvenimenti che sono ormai alle spalle, il mese è trascorso e,  quindi, li si comunica per “dovere di cronaca” ma non sono più parte del cammino che stiamo condividendo. Così facendo è legittimo chiedersi perché mai dovremmo raccontare i fatti nostri ad altri che, soprattutto nei primi mesi di vita dell’equipe, potrebbero essere perfetti estranei. Perdiamo di vista l’essenziale e cioè che durante la messa in comune siamo chiamati a ri-leggere la nostra vita, a ri-crearla alla luce del mistero di Cristo, primato e centro della nostra fede. Il mistero del Cristo Risorto getta nuova luce sulle nostre vite. E noi ci alleniamo a cogliere i segni dei tempi nella nostra quotidianità.  Ma per giungere a questo,  è importante preparare la messa in comune, confrontarsi in coppia su quello che si vuole  condividere in equipe (troppo spesso invece cerchiamo sul momento di riportare alla memoria un fatto, e cominciamo con “ma cosa è successo?) , magari anche annotando i fatti più significativi e le domande che ci portiamo dentro, per evitare l’improvvisazione ed il pericolo che la ricreazione passi davanti alla ri-creazione (alla creazione nuova), che il tempo dell’amicizia si mangi il tempo della fede.

Questi tre momenti della riunione di equipe, insieme al Dovere di Sedersi,  conducono (come direbbe Caffarel)  alla piena fioritura della spiritualità coniugale;  aspirano a modificare i nostri atteggiamenti e comportamenti perché possiamo essere autentici testimoni del Cristo Risorto.

 

 

“…..presentare il sacramento del matrimonio alle giovani generazioni”

 

Come testimoniare la bellezza e la gioia del matrimonio sacramento alle giovani coppie?

Un rischio che corriamo, anche noi delle equipe, è  l’incongruenza fra la testimonianza con le parole e la testimonianza con le azioni.

Incoraggiamo i giovani a sposarsi in chiesa salvo  poi far pagare loro il prezzo per essere sposati,  giovani e con figli tutte le volte che, per esempio, li facciamo sentire a disagio durante la messa perché i bambini corrono avanti e indietro o piangono o, come è successo a noi con la nostra equipe di base, di non essere accolti in strutture per fare il ritiro perchè 15 bambini piccoli disturbavano. O, nel nostro movimento, quando per un presunto senso di protezione, non li coinvolgiamo nei servizi, facendoli sentire diversi, non li sosteniamo nella fedeltà agli impegni presi in equipe. Bastano piccoli e semplici gesti per prendersi cura dei più giovani come offrirsi di tenere i bambini per fargli fare il dovere di sedersi.

 

Nei primi anni di cammino nella nostra equipe eravamo tutti giovanissimi e con figli piccoli e risultava difficile trovare il tempo anche per un breve scambio tete a tete, figurarsi un’ora per il dovere di sedersi , allora a turno una coppia si offriva di tenere i bambini dell’altra per consentirgli di vivere un tempo tutto per la coppia, anche per una semplice passeggiata o per una pizza.

Questo sentirci sostenuti ed incoraggiati dalla famiglia dell’equipe ci ha spinti ad accogliere anche i servizi nel movimento.

Ogni volta che abbiamo fatto discernimento per una chiamata al servizio abbiamo coinvolto la nostra equipe di base, consapevoli che da soli non potevamo farcela….. certo siamo noi che fisicamente ci muoviamo, facciamo incontri, partecipiamo alle sessioni ma i nostri amici ci sostengono con la preghiera costante e con tutte quelle azioni materiali che  fanno essere più  leggero il servizio. Dall’accoglienza di ospiti imprevisti alla testimonianza alla sessione di Nocera 2008 in cui tutta l’equipe ha svolto il servizio di testimonianza; dal tenere i nostri figli quando siamo in E.I a darci una mano a sistemare la nostra casa sempre perennemente in disordine.

 

Abbiamo fatto i servizi sempre con i bambini piccoli e questo ha richiesto una più grande capacità di accoglienza, ma anche una  modalità diversa di svolgere gli incontri con i bambini che giravano intorno e potevano creare qualche piccolo disagio a chi non era abituato. Sia nella equipe regionale che, in E.I  per la sessione CRS di settembre in cui si è istituito anche i servizio di baby sitting prima non previsto.

 

Ma non è possibile per noi equipiers fare un cammino di spiritualità coniugale eludendo una dimensione fondamentale della coppia che è quella dei figli.

Spiritualità non vuol dire immaterialità, non vuol dire assenza di corporeità anzi…… la nostra fede e basata sulla incarnazione del Cristo. Dio Padre non ha trovato via migliore per portare la salvezza di quella del corpo. Solo che noi, a furia di fare della fede una questione razionale, di ragionamento, di efficienza, rischiamo di voler essere più spirituali di Cristo. E in tanti piccoli atteggiamenti neghiamo il mistero della incarnazione: quando attuiamo un falso ascolto, facendo parlare l’altro, il coniuge, già sapendo che tanto faremo a modo nostro; quando evitiamo la relazione, lo sguardo, l’incontro con un volto concreto, soprattutto di chi la pensa diversamente da noi; quando, nel servizio, tendiamo più a capire per organizzare e non a prenderci cura, a prendere parte dell’altro.

Prendersi cura o, per usare il linguaggio dell’equipe, portare i pesi gli uni degli altri. Un atteggiamento che probabilmente negli equipiers della prima ora era molto più sentito e vissuto nelle equipe di quanto non lo sia oggi. Proprio oggi che ce ne è più bisogno perché la cultura dell’individualismo, del “mi faccio i fatti miei”, cerca di negare la dimensione relazionale e comunitaria della vita cristiana. L’Io prende il sopravvento sul Noi e noi, talvolta, non riusciamo ad andare controcorrente a testimoniare la sacramentalità dell’amore cristiano. 

 

Certo il processo di acquisizione o cambiamento di tali atteggiamenti, sia nella coppia che nel servizio, è lungo e non senza difficoltà. Ma abbiamo tutta la vita per andare verso questa pienezza.

 

Eros e Agape

Vogliamo meditare con voi un’altra Parola di Cristo che sempre ci interpella, nella relazione di coppia, nelle relazioni familiari, in quelle lavorative, con gli amici, nel servizio: “Amatevi gli uni gli altri come IO ho amato voi”. E’ quel come che ci crea problemi perché per Cristo significa fino alla pienezza, senza limiti. Per noi, invece c’è un limite a tutto, alla pazienza, all’amore, al servizio….

E’ in quel come che troviamo un rapporto di causa/effetto che rende possibile la trasformazione dell’amore,  dall’eros all’agàpe, dall’amore erotico all’amore oblativo, dall’innamoramento all’amore.

 

Il passaggio dall’eros all’agàpe, non è dato dal nostro sforzo, non è solo frutto del nostro impegno, della nostra volontà ma della grazia che noi, sposi in Cristo, abbiamo ricevuto nel Sacramento del matrimonio e per “nebulizzazione” (come diceva mons. Bonetti in una sessione nazionale) possiamo diffondere a tutti i membri della nostra famiglia ed alle persone che incontriamo sul nostro cammino.

Il cammino di un matrimonio, di una famiglia cristiana è inserito in una dinamica perenne di trasformazione dell’amore, di passaggio, come definito da Benedetto XVI, dall’eros all’agàpe.

            Se ancora oggi siamo insieme è perché un giorno ci siamo innamorati, la forza dell’amore erotico ci ha fatti uscire da noi stessi e andare verso l’altro.

Arriva il momento in cui si fanno i conti con le fatiche di ogni giorno, con la realtà, la nostra debolezza e precarietà, i limiti. E’ quello il momento in cui siamo chiamati  a fare un salto di qualità nell’amore, a trasformare l’amore erotico in amore voluto,  il “sentire”   in “volere,  l’eros in agàpe. A trasformare l’iniziale ed immaturo amore narcisistico in amore disinteressato, oblativo. Perché nel primo si ama stessi nell’altro, magari con l’aspettativa che l’altro somigli sempre più a , nel secondo si ama l’altro per se stesso, così come è, con i suoi difetti e non per il proprio tornaconto.

E San Paolo, ancora, ci ricorda che “è proprio quando siamo deboli che siamo forti perché permettiamo alla potenza di Dio di manifestarsi”.

            E allora il tempo di crisi, di difficoltà, il momento in cui non “sento” più niente è proprio quello in cui, se mi lascio abitare dallo Spirito del Signore, posso crescere nell’amore vero.

 

Anche nel servizio si vive questa dinamica, questo passaggio dall’eros all’agape; dall’iniziale entusiasmo e progettualità alla fatica dell’impegno e della fedeltà.

Si tratta di stadi successivi che vedono prima il semplice accettare il servizio, un accettare più o meno consapevole di ciò che andremo a fare, accompagnato da dubbi e perplessità per le nostre capacità, ma anche da idee e progetti da realizzare, successivamente un capire fatto di incontri con le persone, di riflessioni sulle cose, di conoscenza delle situazioni, di ipotesi di lavoro sulla base delle necessità, delle richieste e dei bisogni emersi, infine un prendere parte nel senso di coinvolgersi con le persone e con le situazioni, e finalmente un prendere cura che significa entrare dentro le cose e le persone per condividere con loro, per farsi uno insieme a loro, laddove la preghiera non diventerà evasione e distanza, ma compartecipazione profonda dei bisogni degli altri.

 

Abbiamo letto da qualche parte che fede è dire eccomi piuttosto che io credo. E Il servizio è trasformare l’io credo in eccomi per non lasciare la nostra fede nella dimensione della spiritualità che non sa farsi corporeità, che non sa cercare l’incontro, che non sa stabilire relazioni.

Se nel nostro servizio ci limiteremo a vivere i primi due livelli “accettare e capire”, forse sarà soltanto un guardare da lontano le cose e le persone, un rimanere distanti, solo se invece riusciremo a prenderci cura delle persone, a condividere le diverse situazioni della vita, a coinvolgerci con il cuore in quello che facciamo, a compiere gesti che arrivano al cuore dell’altro, allora il carisma dell’END si sarà fatto davvero spiritualità incarnata e dono.

 

Conclusione

Il grande problema dei cristiani, oggi come sempre, è di realizzare in se stessi e nel proprio ambiente una intima compenetrazione tra la loro cultura e il vangelo.

La linea di rottura tra queste due realtà non divide “credenti” da “non credenti” e neppure “credenti praticanti” da “non praticanti”, ma attraversa la mente e il cuore di tutti, compresi noi dell’equipe. Ci sono persone che frequentano la parrocchia, che nel nome del loro cristianesimo cercano di adempiere con scrupolo ai propri doveri “di stato”, ma che nei luoghi di lavoro portano, senza rendersene conto,  una cultura incompatibile con la loro fede; o in famiglia sono scontrosi e non hanno mai tempo per dedicarsi al coniuge o ai figli;  o ancora, come talvolta accade per gli equipiers, l’impegno in parrocchia divide i due coniugi che si dedicano a servizi pastorali differenti e, per i tanti impegni, non riescono a trovare il tempo per un dovere di sedersi, per dedicarsi qualche attenzione, qualche tenerezza. Ci si proietta tanto sul fare per gli altri che si dimentica l’essere per se stessi, per costruire la coppia.  Il primo impegno che abbiamo preso sposandoci nel sacramento del matrimonio è il servizio al coniuge, poi ai figli e poi a tutti gli altri. Ma se non viviamo la comunione in coppia, se non ci alleniamo alla fedeltà attraverso gli impegni che, liberamente, abbiamo accolto entrando in equipe, come possiamo dire di essere testimoni della grazia del sacramento del matrimonio? Paradossalmente è più semplice servire i tanti altri che, proprio perché tanti non ci impegnano in legami forti, piuttosto che servire e amare come Cristo  ha amato, la moglie, il marito, i figli…… persone e volti concreti che coinvolgono tutto il nostro essere. 

 

 

 

Occorre recuperare la profezia e per noi è rompere il muro divisorio che ci separa dal mondo. Ciò è particolarmente difficile in una società che, non a caso,  viene definita “complessa”, dove spesso al cristiano è chiesto di affrontare situazioni nuove e questioni inedite leggendo la realtà, piuttosto che ricorrendo a schemi prestabiliti.

 

In particolare i Laici, che per la loro collocazione nel cuore del mondo sono più sensibili a questa complessità, non devono aver paura delle domande, né affrettarsi a dare troppo presto risposte univoche e rassicuranti. Dovranno essere i primi a sperimentare che “la Chiesa (…) non ha sempre pronta la soluzione per ogni singola questione” (GS,n.33).  La nostra (sollecitati da p. Caffarel, “cerchiamo insieme”), sarà perciò una perenne ricerca.

La spiritualità, dunque, non è fatta solo di alcuni passi come la preghiera o l’ascesi, ma comporta il servizio a Dio là dove si vive: in famiglia, sul lavoro, nella città.

 

Sicuramente  tutti noi qui presenti siamo convinti che questo sia l’atteggiamento cristiano, ma anche noi talvolta entriamo in contraddizione, non siamo coerenti nella vita con ciò che professiamo nella fede.

Pensiamo in particolare alla tentazione che viviamo osservando i cambiamenti nella nostra società, nei valori dei giovani, nei cambiamenti dei modelli di famiglia. Il nostro è un mondo contraddittorio, i valori importanti sono messi in discussione, la violenza dilaga e manca il rispetto dei giovani non solo verso gli adulti ma anche verso loro stessi. Tutto cambia, tutto va a rotoli.

Allora la tentazione che noi viviamo è quella di “separare i buoni dai cattivi” di “fare gruppo” con quelli come noi, di coltivare il nostro orticello senza lasciarci interpellare dalla realtà.

Rinunciamo ad assumerci la responsabilità della speranza!

Come famiglie cristiane dobbiamo chiederci perché le nuove generazioni non scelgono il matrimonio, dobbiamo lasciarci interpellare da questa realtà, non possiamo far ricadere la responsabilità sulle scelte individuali o sulla società.

Altrimenti a chi testimoniamo la nostra speranza in Cristo Risorto?

 

Grazie per la pazienza, o meglio, per l’Accoglienza.

 

Un Fraterno saluto in Pace e Gioia . Mariolina e Lorenzo

 

 

 

Traccia di riflessione

Poniamo l’attenzione sulla nostra riunione di equipe. Come viviamo i momenti della Compartecipazione, della preghiera e della messa in comune?

Sono ancora la via maestra attraverso cui fiorisce la nostra spiritualità coniugale?

 

Raccontiamoci di un incontro, di uno sguardo, di una situazione in cui gli altri hanno riconosciuto in noi l’appartenenza a Cristo.

 

Pensiamo alla diffusione del movimento nel nostro settore, all’accoglienza delle giovani coppie. Con quali gesti concreti testimoniamo la nostra speranza in Cristo Risorto?

 

 

 

La convivialità